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A ben vedere, il concetto di razionalità è però semanticamente ambiguo. In linea generale i medici, uomini di scienza, tendono a considerarla sinonimo di coerenza con acquisizioni scientifiche: è razionale ciò che è scientificamente provato, attraverso metodologie sperimentali o osservazionali che garantiscano le conclusioni, partendo da situazioni standardizzate (ad esempio, in medicina, dalla diagnosi). Come in ogni scienza, quello che conta è la prova. Ma questo vale nella comunità scientifica, che proprio in questo si definisce e caratterizza, mentre nel confronto col paziente, nel contesto (non più “scientifico”) che caratterizza l’esercizio della professione a confronto con la vita reale e non con l’esperimento sterilizzato dalle influenze contestuali, la prova non può più assurgere al rango di unica autorità ammessa: ci sono molte più variabili in gioco.
I pazienti non hanno sempre ragione, ma hanno sempre almeno una ragione alla base delle loro decisioni, e questa andrebbe ricercata e esaminata, quantomeno per definire strategie condivisibili, anche di mediazione. In particolare quando il paziente mette in campo propri valori, propri obiettivi, o altri elementi determinanti del suo giudizio, spesso per nulla irrazionali, ma semplicemente più pertinenti alla sua vita reale. Tentando un’astrazione concettuale, si potrebbe sostenere che i pazienti a volte non si riconoscono (o non del tutto) nella definizione sintetica (generalmente in termini nosografici) che il medico attribuisce loro, e accampano altre ragioni, altre auto-definizioni: lasciare che il paziente si autodefinisca significa inserire la sua agenda in quella del medico e allargare lo sguardo, anziché impegnarsi per convincere il paziente a far propria l’agenda del medico in quanto esperto di scienza. Un ribaltamento di prospettiva certo non facile, ma neppure rivoluzionario per i medici di medicina generale, abituati a definire la loro professione come ambito negoziale, a volte percependo questo (inevitabile) atteggiamento come “caduta” e senza invece approfondirne il senso e le potenzialità innovative.
“Marino, potrebbe essere un infarto… dobbiamo andare in ospedale…” – dicevo una mattina di tanti anni fa ad un anziano agricoltore, semianalfabeta, che viveva da solo nella sua casupola di campagna e mi aveva chiamato per un dolore toracico molto sospetto. Avevo trovato un blocco di branca sinistro all’ECG, e mettendo tutto insieme lo avevo definito come “infartuato”. Ma lui mi oppose “non posso muovermi, ci sono gli animali: il maiale, le galline, i conigli…”. In quel modo non aveva negato la mia definizione, ma ne aveva aggiunte di sue. Non si trattava di un “sospetto infartuato” e basta, ma di un “contadino con un sospetto infarto, che vive da solo e con gli animali nella stalla e nel pollaio”: fatti pertinenti al suo contesto di vita. Non c’era niente da fare (bisogna anche ammettere che spesso non c’è niente da fare), e prendendo atto del suo irrevocabile punto di vista, lo convinsi a farsi aiutare da un vicino, in modo che non facesse sforzi. Non è il racconto di un successo (poteva finire male e sarebbe stata l’ennesima conferma degli esiti dello svantaggio socioeconomico), ma chiarisce forse cosa intendo per lasciare che il paziente si autodefinisca ed introduca quindi elementi di novità di cui tenere conto, non subalterni alla razionalità meramente scientifica. Oggi ha 95 anni e sta bene, in casa di riposo, mentalmente lucido e sereno. Ha avuto le sue ragioni.
La razionalità si declina quindi in modi diversi: bisogna parlare anche un’altra lingua, oltre a quella della scienza, se si vuole sperare in una possibilità di condivisione, anziché in un’obbedienza che nel migliore dei casi sarà di breve durata.
Ci si trova però sempre più spesso di fronte a pazienti che non si possono affatto considerare culturalmente né socialmente svantaggiati, ma con cui non si riescono a condividere decisioni razionali. Ne sono esempio alcuni eventi attuali, come i movimenti contro le vaccinazioni, o le scelte “alternative” in patologie gravi che portano infine ad esiti infausti, ma ci sono stati altri casi nel recente passato, eclatanti per la risonanza e il seguito che hanno avuto, anche se più effimeri.
Qui il discorso si sposta su un piano diverso, a ben vedere per nulla specifico della medicina, perché sembrerebbe un atteggiamento diffuso anche in altri ambiti.
Fatte le debite proporzioni, lo dimostrano avvenimenti di cui si ha notizia ogni giorno: da un lato guerre, migrazioni epocali, crisi economica, ineguaglianze, integralismi e violenze e dall’altro – come risposta – costruzione di muri, fili spinati, proliferare di populismi, antipolitica, razzismo, anche in paesi che sono stati la culla della civiltà.
La sensazione, solo in apparenza paradossale a fronte degli esempi citati, è che la razionalità – nel bene come nel male – sia un modo di essere del potere: lo si vede meglio per contrasto con scelte e comportamenti di chi non lo possiede. In determinate circostanze, il potere può avere poco interesse a promuovere comportamenti e decisioni razionali, ben informate e consapevoli, perché è più conveniente indicare capri espiatori, nemici, screditare gli avversari, o proporre soluzioni semplicistiche (operazioni che, per quanto perverse, sono certamente “razionali” da parte di chi le adotta). A queste condizioni, ci si può perfino permettere di chiamare i cittadini (“il popolo”) ad esprimersi, come è infatti successo. “Parlare alla pancia”, si dice oggi, e i risultati pare ci siano. Persino il Ministero della salute ha fatto inserire sui pacchetti di sigarette immagini che suscitano schifo e paura. Eppure la semplice scritta “Il fumo uccide” sembrava discretamente chiara, e non lasciare eccessivo spazio a diverse interpretazioni. L’ipotesi dovrebbe essere che, se le persone non si lasciano influenzare da messaggi razionali, tanto vale provare con i pugni sulla pancia. Rimane da vedere se si può costruire qualcosa di buono su schifo e paura, o se al massimo si rilancerà la produzione di portasigarette.
Se in politica parlare alla pancia facilita la semplificazione e la polarizzazione (schieramento e senso di appartenenza sono istinti molto coinvolgenti, facili da far emergere), in ambito medico funzionano bene il discredito e la diffidenza verso la medicina cosiddetta ”ufficiale”, se è il caso anche ventilando l’idea di complotti volti a nascondere gravi effetti avversi o cure più efficaci. Non sempre c’è malafede in partenza, è chiaro, ma comunque non si tratta di posizioni scientificamente sostenibili e, a questo punto, poco importa se il ciarlatano è in buona fede o no: interessano le conseguenze oggettive. Sono idee che oggi hanno i mezzi per circolare rapidamente ed ampiamente, e a volte ne sono vittima anche persone che cercano responsabilmente di informarsi, ma che alla fine si perdono quando sarebbero necessarie capacità critiche ed interpretative in campo medico che non possiedono. Non c’è una facile soluzione, ma se la razionalità è un necessario modo di essere del potere, questo non va visto solo in un’accezione negativa: aumentare la capacità di scelte razionali nelle persone, significherebbe conferire loro maggior potere, almeno su se stesse.
Data di Redazione 09/2016