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La terapia antipertensiva nel paziente diabetico

L'Ipertensione arteriosa è associata in maniera diretta alla mortalità cardiovascolare, con un aumento progressivo di rischio all'aumentare dei valori pressori sistolici. Ogni riduzione di 10 mmHg di pressione sistolica comporta una riduzione del 15% del rischio di morte per eventi cardiovascolari in 10 anni. Una larga parte dei pazienti con diabete mellito tipo II (secondo alcuni studi il 20%, secondo altri addirittura il 60%) è affetto da ipertensione arteriosa. La presenza contemporanea di queste due patologie nel medesimo soggetto si traduce in un aumento esponenziale del rischio di eventi cardiovascolari. Alla luce delle attuali conoscenze, nel paziente diabetico ed iperteso, i valori di pressione arteriosa sistolica devono essere sui 130 mmHg e comunque mai superiori ai 139 mmHg. Questo controllo della pressione arteriosa porta ad una riduzione importante della morbilità e mortalità cardiovascolare. I farmaci da utilizzare per raggiungere questi obiettivi pressori devono essere scelti secondo una logica consolidata di "gradini" progressivi:

  • Gli ACE-Inibitori sono i farmaci di prima scelta. Dispongono del maggior numero di studi in cui dimostrano la loro efficacia nel prevenire o rallentare la progressione della nefropatia diabetica e soprattutto nel ridurre sia la morbilità che la mortalità per eventi cardiovascolari in tale tipologia di pazienti. I "sartani" dovrebbero essere impiegati solo in caso di intolleranza agli ACE-Inibitori.
  • Diuretici tiazidici, Calcio-antagonisti e Beta-bloccanti vanno utilizzati in seconda battuta, associati all'ACE-Inibitore, qualora con l'utilizzo del solo ACE-Inibitore (come spesso accade) non si riesca a raggiungere il target pressorio. In caso di pregresso infarto miocardico, di angina e/o di insufficienza cardiaca, è strettamente indicato l'uso del Beta-bloccante.
  • Gli Alfa-bloccanti andrebbero aggiunti solo come ultimo step qualora nessuno degli schemi precedenti abbia portato la PA del paziente diabetico ai valori ottimali.
  • Tra gli agenti centrali, la clonidina transdermica può trovare una sua collocazione di nicchia in pazienti anziani con difficoltà nella deglutizione.

Data di Redazione 06/2011

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