La nausea è uno dei sintomi più frequenti nelle prime settimane di gravidanza; interessa 3 donne su 4 e tende a scomparire verso il 3°-5° mese. Nel 50% circa dei casi è accompagnata da episodi più o meno frequenti di vomito. Definita spesso "mattutina", in realtà, nella maggior parte delle gestanti la nausea si manifesta anche in altri momenti della giornata. L'iperemesi gravidica (0,3-2% delle gestanti) ne rappresenta la forma più grave ed è caratterizzata da sintomi persistenti che, se non corretti per tempo, possono dar luogo a complicanze (disidratazione, chetosi, alterazioni idroelettrolitiche). Le cause non sono note, ma probabilmente vanno individuate nell'aumento dei livelli plasmatici di gonadotropina corionica umana, estrogeni e progesterone. In genere, semplici accorgimenti di natura alimentare (mangiare poco e spesso; preferire cibi solidi ad elevato contenuto di zuccheri e poveri di grassi; bere a piccoli sorsi, evitando le bevande gasate) migliorano e/o risolvono il problema. Quando queste misure dietetiche non risultano sufficienti e la nausea risulta particolarmente disturbante può essere necessario ricorrere al trattamento farmacologico. La previsione d'impiego di un farmaco in una condizione così "delicata" come la gravidanza, scontata l'efficacia, impone risposte certe alla domanda:
è sicuro?
Le difficoltà di valutazione
Il primo trimestre di gravidanza è il periodo in cui avviene l'organogenesi ed è quello più a rischio per il nascituro. Le informazioni sugli effetti teratogeni/embriotossici di un farmaco non sono, però, sempre note per due ragioni fondamentali:
Gli unici dati disponibili riguardanti la sicurezza dei farmaci in gravidanza provengono, di fatto, da
serie di casi e da
studi di coorte. E' comunque accettato dalla comunità scientifica che, in assenza di un danno osservato allo sviluppo embrio-fetale o in presenza di difetti congeniti ricompresi nel range di incidenza del rischio atteso (2-3%), il farmaco può essere ritenuto sicuro.
Le evidenze
Numerosi case reports e gli studi di coorte, retrospettivi e prospettici, disegnati con l'obiettivo di valutare la sicurezza della metoclopramide durante il primo trimestre di gravidanza non hanno evidenziato effetti dannosi sullo sviluppo embrio-fetale. La
Tabella riassume i risultati degli studi sin qui condotti:
L'ultimo in ordine di tempo è lo studio di coorte israeliano pubblicato nel giugno di quest'anno sul
New England Journal of Medicine. Gli autori hanno incrociato le prescrizioni di metoclopramide contenute nel database del Clalit Health Service relativo al distretto sud di Israele, con i dati materno/fetali presenti nel database dell'ospedale distrettuale, nel periodo compreso tra il 1° gennaio 1998 e il 31 marzo 2007. Su un totale di 81.703 nascite, 3.458 neonati (4,2%) erano stati esposti alla metoclopramide durante il primo trimestre di gravidanza. I risultati sono stati coerenti con gli esiti degli studi precedenti: l'esposizione al farmaco durante il periodo dell'organogenesi non ha comportato un aumento significativo del rischio di malformazioni congenite maggiori, di basso peso alla nascita, di parto pretermine, di mortalità perinatale.
Le posizioni internazionali
L'Australian Drug Evaluation Committee (ADEC) ha inserito la metoclopramide nella categoria A (farmaco assunto da un elevato numero di donne in età fertile e in gravidanza senza che si sia osservato un aumento dell'incidenza di malformazioni, o di altri effetti negativi diretti o indiretti sul feto). Nel suo "position statement", l'American Gastroenterology Association l'ha indicata tra i farmaci a basso rischio.
La linea guida del SSN britannico per la medicina di base (Clinical Knowledge Summaries, CKS), afferma che, nonostante l'assenza di antiemetici registrati per il trattamento della nausea e del vomito in gravidanza, in caso di necessità, prometazina e ciclizina sono i farmaci di prima scelta; metoclopramide o proclorperazina sono da utilizzare in seconda battuta se dopo 24-48 ore il controllo dei sintomi non risulta adeguato. Secondo l'American College of Obstetricians and Gynecologists, la piridossina è il farmaco di prima scelta; la metoclopramide va aggiunta, in alternativa alla prometazina, in caso di controllo insoddisfacente dei sintomi.
Le norme
In USA, Canada, Italia, Inghilterra, paesi nei quali la metoclopramide non è registrata nel trattamento della nausea in gravidanza, le schede tecniche presentano sostanziali difformità nella collocazione del farmaco. In quella italiana la gravidanza viene addirittura riportata tra le controindicazioni, mentre l'americana e la canadese collocano la metoclopramide nel Pregnancy category B, ossia tra i farmaci per i quali "gli studi riproduttivi condotti nell'animale da esperimento, a dosaggi massimi superiori di 12-250 volte il dosaggio comunemente impiegato nell'uomo non hanno evidenziato alcuna compromissione della fertilità o danno fetale". Nella scheda tecnica inglese viene riportato che non ci sono dati che lascino supporre che il farmaco sia nocivo se assunto in gravidanza, ma come tutti i farmaci deve essere assunto con cautela, e solo quando strettamente necessario, soprattutto durante il primo trimestre.
Nel nostro paese, l'unico farmaco registrato per il trattamento della nausea in gravidanza è la piridossina (vitamina B6) (associata a tiamina e riboflavina nella specialità
Biochetasi). Dai pochi dati disponibili, la sola piridossina, al dosaggio di 25 mg ogni 8 ore, sembra possedere qualche utilità nel controllo della nausea, mentre è inefficace contro il vomito. In caso di fallimento dell'approccio dietetico e del trattamento "vitaminico", il medico non ha a disposizione alcuna alternativa terapeutica formalmente autorizzata, ma può contare su solide evidenze per prescrivere "secondo scienza" la metoclopramide.
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