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Risedronato
Registrato anche in Italia nel morbo di Paget, è uno dei bifosfonati orali raccomandati dalle linee guida inglesi e americane6,7. Viene consigliato a cicli di 30 mg/die per 60 giorni, ma per ottenere una normalizzazione della tFA sono in genere necessari periodi di trattamento più prolungati. Nei diversi studi, la percentuale di normalizzazione è compresa tra il 53% e il 73%, ma dipende in misura rilevante da precedenti trattamenti: arrivando fino all'80% in pazienti mai trattati con bifosfonati e riducendosi al 50% in soggetti in relapse di precedenti trattamenti46. Gli studi a lungo termine sono pochi, ma la metà dei responders è ancora in remissione a 18 mesi. Il risedronato è stato valutato in 4 studi randomizzati comparativi (Tabella 1). Alle dosi standard (singolo ciclo di 2 mesi), si è dimostrato superiore all'etidronato47, simile al tiludronato46 e di molto inferiore allo zoledronato in termini di efficacia e durata della remissione48. Con due cicli di trattamento, a 3 mesi è risultato simile al pamidronato e.v.36. Il limite principale del risedronato è rappresentato dalla ridotta tollerabilità gastrica. La collocazione in fascia C pone, inoltre, il costo del trattamento [700 (2 mesi) o spesso 1.400 ? (4 mesi)] a totale carico del paziente.
Alendronato
In Italia, l'alendronato è autorizzato nella prevenzione e nel trattamento dell'osteoporosi (sia maschile che femminile) e nella prevenzione dell'osteoporosi indotta da corticosteroidi orali; non è comunque presente al dosaggio comunemente impiegato nel Paget. E' il bifosfonato più usato negli Stati Uniti dove il trattamento del morbo di Paget avviene principalmente per via orale (53% alendronato, 34% risedronato)49. In Inghilterra, la situazione è simile a quella italiana: il farmaco viene citato dalle linee guida, ma non è disponibile nella formulazione adeguata. Quasi tutti gli studi sono stati eseguiti su piccoli campioni, ma alcuni sono di elevata qualità metodologica. La via di somministrazione endovenosa che inizialmente aveva prodotto risultati molto incoraggianti, è stata abbandonata. In uno dei primi studi volti a testare la possibilità di somministrazione orale, la dose efficace di 40 mg (quella attualmente consigliata) era associata ad una elevata incidenza di effetti indesiderati gastrointestinali50. Con lo schema di 40 mg/die per 6 mesi, la normalizzazione del turnover si raggiunge tra il 60 e l'80% dei pazienti anche se già trattati o resistenti ad altri bifosfonati. Mancano studi sulla durata della remissione. Negli studi comparativi condotti, si è dimostrato molto più efficace dell'etidronato51 e superiore al pamidronato solo in pazienti già trattati in precedenza con altri bifosfonati38 (Tabella 1).
Neridronato
E' stato recentemente registrato per via infusiva nel trattamento del morbo di Paget (fascia H). Gli studi realizzati col neridronato sono pochi, su casistiche limitate e con periodi di osservazione brevi, carenti sulla durata della remissione. Nei due studi pubblicati, con la dose di 100 mg e.v. per 2 giorni la normalizzazione del turnover osseo si è raggiunta nel 60-65% dei pazienti a 6 mesi ed è stata mantenuta nel 35% a 12 mesi52,53. Va sottolineato il fatto che in tutti i campioni valutati, i livelli medi di tAF pre-trattamento erano relativamente bassi (tAF <3). Nell'unico studio di confronto, neridronato e zoledronato, somministrati in pazienti non responders al pamidronato, dopo 9 mesi, hanno prodotto la normalizzazione della fosfatasi alcalina rispettivamente nell'80% e 83% dei soggetti39.
Ibandronato
Il farmaco, presente in Italia sia per via infusiva che orale, ha altre indicazioni e non è stato adeguatamente studiato nel morbo di Paget54. I risultati indicano una efficacia modesta, ma mancano studi di dose-finding ed i dosaggi valutati sono simili o inferiori a quelli impiegati nell'osteoporosi.
Zoledronato
E' stato di recente registrato per il morbo di Paget (fascia H). Gli studi pubblicati, molto limitati se rapportati a quelli disponibili per gli altri bifosfonati, risultano tuttavia di elevata qualità metodologica e realizzati su un campione molto ampio di pazienti; a questi si aggiungono numerose segnalazioni di casi clinici. Sulla base di tali dati, lo zoledronato sembra il composto più efficace nel normalizzare il turnover osseo (90% circa dei pazienti), con la fase di remissione più prolungata, anche se non ancora ben stabilita nei suoi valori massimi. In uno studio comparativo, lo zoledronato (5 mg in singola somministrazione e.v.) ha prodotto la normalizzazione della fosfatasi alcalina nell'89% dei pazienti contro il 58% con risedronato (30 mg/die os per 2 mesi)48. A 24 mesi di distanza, la fosfatasi alcalina era ancora nel range di riferimento nel 98% dei responder allo zoledronato e nel 57% dei responder al risedronato55. Esistono segnalazioni di pazienti seguiti per tre anni con valori ricompresi nel range56. In uno studio di confronto diretto (n=90), dopo 6 mesi, a raggiungere la normalizzazione della fosfatasi alcalina è stato il 93% dei pazienti trattati con zoledronato (4 mg in unica somministrazione e.v.) contro il 35% di quelli trattati con pamidronato (30 mg e.v. per 2 giorni consecutivi ogni 3 mesi)39. Va detto, però, che sia lo zoledronato che soprattutto il pamidronato sono stati impiegati ad un dosaggio inferiore a quello usualmente consigliato nel Paget. A distanza di 12 e 15 mesi, la normalizzazione della fosfatasi alcalina era mantenuta comunque nel 79% e 65% dei pazienti originariamente assegnati allo zoledronato39.
Resistenza al trattamento
Il concetto di resistenza al trattamento si è in parte modificato nel tempo. In molti degli studi iniziali (con l'etidronato e la calcitonina), una riduzione della tAF inferiore al 25-30% era considerata una scarsa risposta al trattamento e i pazienti venivano definiti resistenti. Con i bisfosfonati più recenti, somministrati a dosaggi adeguati, in tutti i pazienti si riesce a diminuire significativamente la tAF e i non responder al primo trattamento sono pochi, anche se col clodronato e.v. la percentuale rimane superiore al 10%57. Oggi il termine ha un significato diverso e viene spesso impiegato per identificare la mancata normalizzazione del turnover osseo e la riduzione progressiva dell'effetto di un farmaco nelle successive ricadute.
Mancata normalizzazione del turnover. Con alcuni bisfosfonati il fenomeno sembra correlato alla gravità della malattia (livelli di partenza della tAF) o ad una dose insufficiente. Col pamidronato è stato osservato che, a parità di livelli di tAF, dosaggi più elevati determinano normalizzazione del turnover osseo in un maggior numero di pazienti58,59. Va detto che in molti studi i pazienti resistenti presentano valori di tAF mediamente più elevati di quelli in cui la tFA rientra nei limiti di riferimento, ma vi sono anche segnalazioni di pazienti con tAF <3 volte che non vanno incontro a completa remissione58. Inoltre, la normalizzazione del turnover è più frequente nei pazienti non trattati in precedenza con un bisfosfonato, indipendentemente dai valori di tAF; questo è stato dimostrato col pamidronato36 e col clodronato60 e in modo incostante con l'alendronato50,61. Lo zoledronato non sembra essere, invece, influenzato dal precedente trattamento55.
Riduzione progressiva dell'effetto.Questo fenomeno, molto comune con l'etidronato e la calcitonina, è tipico del pamidronato e del clodronato, ed è stato rilevato anche con l'alendronato. Il meccanismo non è completamente noto62, ma l'effetto sembra essere legato al singolo composto e non alla classe. Sostituendo il bisfosfonato con un altro si ripristina l'effetto terapeutico47,58. Non si sa se sia sufficiente cambiare farmaco o passare a farmaci di maggior potenza. In quasi tutti gli studi condotti su pazienti resistenti a precedenti trattamenti, sono stati utilizzati farmaci di più recente introduzione, generalmente più potenti. Nell'unico studio disegnato per valutare il trattamento successivo su 6 pazienti resistenti a pamidronato e/o alendronato, 2 hanno risposto a tiludronato (farmaco di minor potenza)58.
Conclusioni
In Italia, i farmaci registrati per il trattamento del morbo di Paget sono etidronato (Etidron) e risedronato (Actonel 30) per via orale, calcitonina (Calcitonina Sandoz e Salmofar), neridronato (Nerixia 100) e zoledronato (Aclasta) per via iniettiva. Etidronato e calcitonina sono i soli prescrivibili nell'ambito dell'assistenza primaria (note AIFA n. 41 e 42), ma non possono essere considerati di prima linea per la scarsa efficacia e gli effetti collaterali. L'etidronato è inferiore a tutti i bifosfonati nel normalizzare la fosfatasi alcalina e quello che con maggiore probabilità causa difetti di mineralizzazione. La calcitonina per via parenterale, oltre a nausea e vampate di calore, va rapidamente incontro a resistenza al trattamento e nella pratica clinica non è più usata. Il risedronato ha problemi di tollerabilità gastrica ma soprattutto è in fascia C e come tale difficilmente proponibile per un trattamento domiciliare.
In termini di percentuali di normalizzazione del turnover osseo e durata della remissione, la scelta cade su un bisfosfonato da somministrare per via endovenosa in ambiente ospedaliero (day hospital, day service o ambulatorio). Tale modalità di somministrazione sembra avere anche vantaggi in termini di compliance. Per numerosità e qualità dei dati, la scelta si restringe a pamidronato (off label) e zoledronato. Il costo decisamente più elevato dello zoledronato rispetto al pamidronato viene compensato dai minori costi aggiuntivi legati al minor numero di infusioni (1 contro 6) e, in una prospettiva di lungo termine, dalla maggiore durata della remissione. Ad oggi, l'effetto indesiderato più grave associato alla terapia infusiva coi bisfosfonati è l'osteonecrosi mandibolare; si tratta, però, di un evento emerso nel corso di trattamenti ravvicinati in pazienti oncologici che non è stato segnalato con lo zoledronato e solo raramente col pamidronato nel morbo di Paget62. L'evento avverso più frequente, che interessa oltre la metà dei soggetti soprattutto dopo la prima somministrazione, è una reazione di fase acuta simil-influenzale; in genere è di breve durata, ma talora può risultare disturbante con innalzamento della temperatura fino a 39° C, accompagnata da malessere, mialgie e artralgie.
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