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a) comparsa, ed innovazione massiccia della pratica come prodotto "atipico", e "a parte", tra antinfiammatori ed antidolorifici, per una utilizzazione incerta tra l'impiego sintomatico e quello cronico;
b) ruolo non ben documentato, in termini di efficacia e di sicurezza, e rilevanza ancor più "curiosa", per il fatto di essere protagonista in un mercato, quello italiano, e marginale, se non inesistente, nella gran parte degli altri;
c) i dati che ne certificano il successo e la sicurezza si alternano a quelli che li negano;
d) il tempo di questa presenza ambivalente è lungo, molti anni, tanto da permettere di attraversare-accompagnare tutta la saga dei suoi simili più specificamente inibitori delle COX-2, fino alla loro scomparsa, per riprendere (come ricorda la nota che in questo numero ne aggiorna le vicende di epidemiologia e regolatorie) la sua esistenza ambivalente ormai "generico";
e) non ci sono epidemiologie che valutino e permettano di comprendere se, lungo tutti questi anni, nei diversi paesi, presenza o assenza, alto o basso uso, abbiano o meno contribuito in modo privilegiato alla risoluzione dei problemi per cui è indicato: le popolazioni e le persone che ne hanno usufruito non sono visibili, con le loro storie lunghe o brevi di sintomi, problemi, esiti favorevoli o no;
f) le "autorità" osservano, prendono [altro] tempo: è, o non è, un problema? E', o non è, importante trovare-dare una risposta? Quali sono i criteri di riferimento?
g) questa storia senza tempo della nimesulide è ignota alle persone che la assumono, e a chi la prescrive: ignoranza che è misura della irrilevanza del problema, o dell'"indipendenza del tempo" (neutra? dovuta? irresponsabile? banalmente burocratica?) delle autorità regolatorie?
h) si potrebbe fare un esercizio di compatibilità del modello nimesulide con altri farmaci più o meno nobili: antidepressivi; antipsicotici "atipici", in- e off-label, per diverse classi di età e di sintomi; antidiabetici nuovi o vecchi o nuovissimi; antiipertensivi come doxazosina; inibitori di secrezione o di pompa per le indicazioni più diverse; anticonvulsivanti riciclati per dolori e problemi di comportamento; farmaci per le demenze; le informazioni, rassicuranti o inquietanti sulla loro sicurezza, promettenti o deludenti per la loro efficacia, vanno e vengono; senza fretta, da una revisione all'altra, nella letteratura o nelle raccomandazioni. Quando il tempo è misurato sulla vita dei farmaci, e prescinde dalle persone, può permettersi di non avere durate precise: può essere lungo o corto, prolungato o rimandato.
E' un tempo che assomiglia molto a quello dei programmi per risolvere la fame, e la povertà: è deciso, secondo regole "indipendenti", da chi non ha né fame né è povero.
Il tempo della storia delle persone – nel nostro caso di quelle che si confrontano con il dolore, in un dialogo concreto tra chi lo ha e chi deve farsene carico – ci porta in un altro mondo. Anche i farmaci che lo abitano sono là da tanto tempo (anche se nuovi arrivi agitano ogni tanto la scena con nuove promesse-possibilità). Il racconto della donna-medico non ha bisogno di essere molto commentato: il suo tempo è quello del qui e dell'adesso. I farmaci sono presenti – da protagonisti o accompagnatori, come soluzione o come interlocuzione – come strumento che dipende dal bisogno concreto delle persone e dei loro contesti di vita. Anche per questi problemi ci sono i tempi – sempre simili a se stessi, rimandabili all'infinito – delle linee-guida, degli ospedali (e perché non dei territori?) senza dolore: come le autorità regolatorie anche questi tempi che prescrivono soluzioni lasciano spesso il tempo che trovano. In attesa che qualcuno entri – con il proprio tempo, la propria attenzione, l'ascolto, la ricerca condivisa di risposte nella storia delle persone, per farsene carico, conoscendo bene i farmaci, ma anzitutto le persone – e le loro vite.
Può essere anche qui utile – simmetricamente a quanto ricordato sopra – il richiamo al tempo come metodologia-chiave di diagnosi e di terapia, per le persone con depressione, o con disturbi delle memorie e del comportamento, o con sintomatologia somatica che rimanda ad altro, o con cronicità organica che ha bisogno di accompagnamento "personale" per rendere gestibile (non solo ma anche in termini di compliance farmacologica) la "complessità" di una vita con tante co-morbidità, e ancor più numerose situazioni di non-autonomia?
Informare-informarsi, fare o darsi linee-guida, fornire automaticamente risposte o ricordarsi di essere permanentemente in condizione-dovere di ricerca: tutto può essere diverso se si adottano i "tempi della delega" (alla nimesulide, o a non importa quale farmaco), o "i tempi della presa in carico" delle persone.
Informazioni sui Farmaci, Anno 2007; n. 4