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| (Science, 19/01/2007, p. 312) |
Per ricordare-immaginare-domandare
La "scoperta" della neurobiologia coincide con una percezione-convinzione-esperienza che appartengono da sempre alla cultura dell'umanità, oltre che al vissuto dei singoli: non sempre tuttavia in modo condiviso, né ancor meno praticato, dai singoli, o dalle collettività umane. E' anzi vero che la proposta-tesi che ci sia una interdipendenza imprescindibile tra memoria e progettualità (e viceversa) diventa oggetto e motivo di conflitto ogni volta che nella società, e nella vita degli individui, ci si trova a fare i conti con eventi-storie che rompono l'illusione, o la pretesa, o la speranza che il rapporto tra memoria e progetto sia "normalmente" evolutivo, come un processo di continuità, o almeno di compromesso, o di patteggiamento. La tragedia greca – da Edipo, ad Antigone, a Cassandra, ……. – ha espresso una volta per tutte le implicazioni delle discontinuità tra memoria e progetto; così come noi siamo perennemente contemporanei (spettatori? negatori? indifferenti? ………?) di genocidi, riconosciuti-negati, di "Se questo è un uomo", delle Commissioni per la Verità e la Riconciliazione del Sud-Africa, dell'Argentina, della Spagna; dello sdoppiamento tra Giornata della Memoria e del Ricordo; e rimane aperto l'interrogativo sul se, quanto e come la memoria o la amnesia dei traumi consci ed inconsci pesa sul progetto-esito di vita di individui e popoli.
La fondazione "neurobiologica" della memoria e della progettualità in una struttura cerebrale comune è letta dai ricercatori in rapporto all'invecchiamento: migliori conoscenze? interventi? rimedi medico-farmacologici? altro…….? La lettura è sobriamente riduttiva: appropriata? sono permesse – o dovute – anche immaginazioni?
Viene alla mente un'altra scoperta neurobiologica recente, quella dei "neuroni specchio": il riconoscimento degli umani-come-simili è una capacità "intrinseca" del SNC: chiave di lettura insieme intuitiva e provocatoria sulla importanza dei rapporti, delle reti sociali, e della loro assenza? Radicare "biologicamente" le possibilità, le scelte, i vissuti è premessa per renderne [più?] probabile una gestione migliore, individuale e collettiva? o un passo deciso verso una loro riduzione-omologazione a descrizioni (che pretendono di essere spiegazioni) scientifiche?
Memoria <-> immaginazione nel quotidiano della sanità, e dei farmaci
La banalità del quotidiano assistenziale-sanitario non facilita certo la "memoria" – anche se profondamente radicata nell'ippocampo – di una salute-sanità come indicatore privilegiato di una "progettualità" che tocca esattamente le grandi categorie evocate sopra: il vivere, il morire, le leggi e le speranze, i bisogni ed i diritti: per i singoli e le popolazioni. Che questa incapacità-assenza di memoria sia una prova [semi-]sperimentale della sostanziale irrilevanza della "scoperta" neurobiologica, perché dice che la coincidenza funzionale di memoria-immaginazione rimane inutilizzata? o, al contrario, è la documentazione "sorprendente" (v. titolo dell'editoriale) della sua profonda solidità: chi non ha una immaginazione-capace-di-progetto fa inevitabilmente a meno (per sentirsi più libero e senza retrogusti di ricordi imbarazzanti) della memoria: specie di quella "profonda", che tocca la continuità, e il senso della storia, e perciò anche del suo futuro? Ai tre scenari iperschematici che seguono il compito di fornire materiali di verifica.
Scenario 1. E' ben documentato da inchieste, tra professionisti e non, che la 833 non è più parte della "memoria", non tanto come numero identificativo di una legge-chiave, ma soprattutto, come quella che definisce le caratteristiche ancor oggi fondanti (perché "costituzionali") di tutto l'agire sanitario.
Bibliografia
1. A caro prezzo. Le diseguaglianze nella salute. 2° Rapporto dell'Osservatorio Italiano sulla Salute Globale. Edizioni ETS. 2006.
2. Gaia Marsico. La sperimentazione umana. Diritti violati/diritti condivisi. Collana "Scienze Umane e Sanità. Franco Angeli 2007.
Informazioni sui Farmaci, Anno 2006, n.6