Vuoi ricevere aggiornamenti?
Iscriviti alla Newsletter
Iscrivendoti alla nostra newsletter avrai la possibilità di essere aggiornato sulle novità più importanti del mondo farmacia.
Trattamento empirico o ricerca dell'agente etiologico in tutti i casi?
Le linee guida differiscono nel valutare il grado di importanza e la necessità di stabilire sempre l'agente etiologico prima di intraprendere la terapia. In pratica, nella quasi totalità dei casi, i pazienti non ospedalizzati sono trattati in modo empirico, non essendo possibile, se non retrospettivamente, disporre dell'esito d'accertamenti diagnostici di tipo colturale. L'esame batterioscopico diretto non è eseguito dalla quasi totalità dei medici. Quindi anche se tali accertamenti sono considerati necessari (soprattutto nelle linee guida americane), in pratica gli elementi che guidano il trattamento empirico delle polmoniti acquisite al di fuori dell'ospedale sono esclusivamente clinici.
Ricovero?
Una volta posta la diagnosi si tratta di decidere se ricoverare o no il paziente.
La maggior parte dei casi (75%) può essere trattata a domicilio in modo appropriato. I pazienti che contraggono una polmonite al di fuori dell'ospedale, soprattutto se d'età superiore a 65 anni e con patologie concomitanti (diabete, cardiopatie, pneumopatie croniche ecc.) possono andare incontro ad un rapido aggravamento. Nei pazienti a rischio è quindi indicato il ricovero, visto l'alto tasso di mortalità delle polmoniti in questi casi.
Esiste una classificazione, frutto di uno studio condotto in Nord America su 14.000 pazienti, che, valutando la presenza o meno di segni clinici e in un secondo momento l'esito di esami diagnostici, individua cinque classi di rischio in base alle quali il medico può decidere di ricoverare o meno il paziente con polmonite. I fattori considerati per classificare i pazienti al fine di definire la necessità del ricorso all'ospedalizzazione sono, secondo gli autori del lavoro citato, elencati nella Tabella 1.
Se il paziente ha meno di 50 anni e nessuna delle condizioni elencate, è assegnato alla classe I a basso rischio. Ai pazienti che non rientrano nella classe I, si assegna un punteggio che tiene conto sia delle caratteristiche clinico-anamnestiche utilizzate nella prima fase sia di dati di laboratorio e radiologici (presenza o assenza di versamento pleurico). Secondo il punteggio totale, sommato all'età in anni (meno 10 punti nelle donne), il paziente è inserito nelle fasce di rischio II, III, IV o V. Per i pazienti nella I e II fascia non sarebbe necessario il ricovero.
Frequentemente avviene il passaggio dalla I alla II classe di rischio solo per il fattore età, con la necessità di dover ricorrere ad esami che per il medico di medicina generale non sono di facile disponibilità in tempi brevi. Tuttavia per il medico pratico la stratificazione di rischio proposta può essere di aiuto nel decidere se curare a casa il paziente o se ricorrere ad un ricovero con lo scopo di eseguire accertamenti strumentali oppure se ospedalizzare direttamente per il trattamento della polmonite.
Recentemente, in uno studio condotto su pazienti che afferivano a centri ospedalieri Nord Americani, si è adottato questo sistema di valutazione di rischio per decidere se trattare in ospedale o a domicilio. I risultati hanno confermato la validità dell'approccio sia per gli esiti in termini di complicanze nei pazienti dimessi (in terapia antibiotica orale) sia per il contenimento dei costi dovuto al risparmio di ricoveri non necessari.
Quale terapia?
In tutti i pazienti con diagnosi di polmonite formulata sia sulla base di reperti clinici, sia sul riscontro di alterazioni radiografiche o di esami ematochimici, deve essere instaurato prontamente (possibilmente entro 4-8 ore dall'esordio della sintomatologia) un trattamento antibiotico.
La terapia empirica deve prevedere l'utilizzo di un farmaco che abbia azione sullo S. pneumoniae, responsabile della maggior parte dei casi di polmonite.
La percentuale di resistenza alla penicillina da parte dello S. pneumoniae varia da una regione geografica all'altra. Una percentuale dal 3 al 5 % sembra essere quella presente in USA mentre percentuali più alte sono state segnalate in Spagna (20%). Spesso vi è una resistenza crociata anche verso le cefalosporine di prima e seconda generazione, o verso l'eritromicina, la claritromicina e l'azitromicina. Le cefalosporine di terza generazione hanno invece una buona azione sui ceppi resistenti alla penicillina. I chinoloni sono efficaci ma il loro uso deve essere limitato per la facile insorgenza di ceppi di S. pneumoniae resistenti.
Va sottolineato però come le linee guida messe a punto nel Regno Unito (British Thoracic Society) differiscano dalle linee guida Americane (IDSA), oltre che nell'enfasi posta sulla necessità di eseguire accertamenti per definire l'etiologia della polmonite, anche sul tipo di antibiotico da impiegare in prima battuta nella terapia empirica. Vediamo queste differenze.
a) Le raccomandazioni delle linee guida inglesi
In Inghilterra, l'amoxicillina rimane di primo impiego nel trattamento empirico, mantenendo la sua efficacia sul 96% dei ceppi di Streptococcus p. (le resistenze sono dell'ordine del 3-4%). In alternativa a questo, ad esempio in caso di pazienti allergici, è indicata l'eritromicina.
Nel paziente bronchitico cronico con episodi ricorrenti, dove si sospetti l'etiologia da Haemophilus influenzae,l'associazione amoxicillina e acido clavulanico appare vantaggiosa. Quest'ultimo patogeno è generalmente sensibile anche alle cefalosporine di terza generazione e ai fluorochinoloni, mentre risulta resistente ai macrolidi (vecchi e nuovi).
Gli agenti atipici (Legionella, Mycoplasma e Chlamydia) sono invece sensibili ai macrolidi (eritromicina, claritromicina e azitromicina) e sono pertanto indicati nel paziente senza patologie concomitanti soprattutto nei giovani adulti.
b) Le raccomandazioni delle linee guida americane
Quando l'agente etiologico non è noto, è indicato in prima battuta l'uso orale di un macrolide o di un fluorochinolone o della doxiciclina, senza particolare preferenza per uno dei tre.
In alternativa ad uno di questi è raccomandato l'uso di amoxicillina/acido cIavulanico o cefalosporine di seconda generazione (non attivi verso gli atipici). I macrolidi e i fluorochinoloni risultano attivi verso gli atipici. In caso si sospetti una polmonite da H. influenzae, tra i macrolidi è preferibile la claritromicina o l'azitromicina rispetto all'eritromicina.
Quale il ruolo dei fluorochinoloni?
I fluorochinoloni (levofloxacina, moxifloxacina) hanno spiccata attività verso i più comuni batteri responsabili delle infezioni respiratorie incluso lo Streptococcus pneumonie e gli agenti atipici. Per tale ragione sono considerati una valida alternativa alle penicilline sintetiche e alle cefalosporine di seconda e terza generazione nel trattamento delle polmoniti comunitarie e negli episodi di riacutizzazione della bronchite cronica. Come si considerava in precedenza, valutazioni di ecologia batterica e di costo inducono però a considerare l'amoxicillina come farmaco di primo impiego ricorrendo ai fluorochinoloni come alternativa, ad esempio in caso di allergia all'amoxicillina, preferibile ai macrolidi, visto il progressivo aumento delle resistenze dello S. pneumoniae e dell'H. influenzae nei confronti di questi ultimi.
Va infine ricordato come alcuni dei nuovi fluorochinoloni (grepafloxacina, trovafloxacina) siano stati ritirati dal commercio per effetti indesiderati imprevisti.
La vaccinazione
La vaccinazione contro il virus dell'influenza è raccomandata al di sopra dei 65 anni o in soggetti con patologie croniche a carico dell'apparato respiratorio o cardiocircolatorio o in pazienti diabetici. Controverso è ancora l'uso routinario del vaccino polivalente antipneumococcico.
Considerazioni pratiche
Il medico di medicina generale, almeno in Italia, nel momento in cui si trova di fronte un paziente in cui sospetta, sulla base di reperti solo di tipo clinico-anamnestico, una polmonite, decide se trattare o no il paziente a domicilio in base alla gravità dei sintomi presenti, tenendo conto inoltre dell'età e delle patologie croniche associate (BPCO, cardiopatia, epatopatia, diabete). La radiografia non viene richiesta in tutti i casi (come raccomandato dalle linee guida americane); vi si ricorre sempre, tuttavia, di fronte ad un paziente con i sintomi clinici senza avere però reperti obiettivi chiari (rumori polmonari) o nei pazienti con bronchite cronica con sintomi quali febbre, dispnea e reperti polmonari per i quali risulta difficile valutare se siano di nuova insorgenza o di vecchia data. La radiografia viene sempre eseguita nei pazienti con patologie croniche concomitanti a rischio.
Quando ai sintomi classici si associno reperti polmonari tipici (rantoli crepitanti), il paziente non presenti fattori di rischio importanti, le condizioni generali non siano preoccupanti e l'età del paziente non troppo avanzata, il medico di medicina generale tratta a domicilio senza ricorrere ad ulteriori accertamenti ed in modo empirico. Generalmente la terapia differisce a seconda che sia un paziente giovane, nel qual caso la prima scelta è quasi sempre un macrolide, o un paziente più anziano, dove spesso si preferisce iniziare con amoxicillina o amoxicillina/acido clavulanico, o, se il paziente è un bronchitico cronico con frequenti episodi di riacutizzazione, con un fluorochinolone o una cefalosporina di seconda o terza generazione.
Sia per il paziente giovane che, a maggior ragione, per il paziente anziano il medico sorveglia attentamente il decorso della sintomatologia in modo da poter tempestivamente rilevare un eventuale aggravamento delle condizioni cliniche. Da alcuni anni la vaccinazione per l'influenza è largamente praticata nelle fasce di età avanzate e nei pazienti con patologie croniche. La vaccinazione antipneumococcica non è ancora entrata nell'uso routinario ma è stata eseguita su campioni di popolazione a rischio, in concomitanza con il vaccino antinfluenzale. Si attendono valutazioni più precise sulla sua efficacia prima di raccomandarla in pazienti a rischio.
In conclusione si può affermare che l'approccio del medico di medicina generale alla polmonite acquisita in comunità sia più vicino alle raccomandazioni delle linee guida inglesi, dove le decisioni sulla gestione e sul trattamento dei pazienti sono basate più sulla clinica che sul ricorso ad indagini diagnostiche strumentali. L'attenta sorveglianza del paziente trattato a domicilio rimane il punto cardine per cogliere eventuali elementi di insuccesso terapeutico o di peggioramento delle condizioni cliniche tali da indurre all'ospedalizzazione o al cambio della terapia in atto (Tabella 2).
Bibliografia
1. Bartlett JG et al. Community-Acquired Pneumonia in Adults: Guidelines for Management. Clinica! Infectious Diseases 1998: 26: 811-38.
2. Il trattamento ambulatoriale delle infezioni polmonari dell'adulto. Drug Ther Bull Settembre 1998.
3. Brown P D, Lerner S A. Community-acquired pneumonia. Lancet 1998: 352:1295-302.
4. Singh JS, Arrieta A C. A guide through the labyrinth of antimicrobial therapy for respiratory tract infections. Of bugs and drugs Vol 106 N° 8 Novembre 1999.
5. Bosisio M. Polmonite a casa ma con giudizio. Occhio Clinico Dicembre 1998.
6. Cohen D. Levofloxacina: un chinolone contro la polmonite. Occhio Clinico Maggio 1999.
7. Marrie TJ et al. A controlled trial of a critical pathway for treatment of community-acquired pneumonia. CAPITAL Study lnvestigators. Community-Acquired Pneumonia Intervention Trial Assessing Levofloxacin. JAMA.2000: 283: 749-55.
8. Fine MJ et al. A prediction rule to identify low-risk patients with community-acquired pneumonia. N Engl J Med1997; 336:243-50.
Informazione sui Farmaci Anno 2000, n. 5