Pubblicazione del mese: 08/2026
È tempo di vacanze. Ma se le mete fossero Palau, le Hawaii o un’altra area marina protetta, oltre a documenti, costumi e valigie dovremmo prestare attenzione all’etichetta delle nostre creme solari. Come mai?
L’8 giugno si è celebrata la Giornata mondiale degli Oceani, ricorrenza che ha l’obiettivo di sensibilizzare sull’importante ruolo che hanno per le nostre vite e per l’economia in diversi paesi.
Infatti, anche se non viviamo a stretto contatto con mari e oceani, l’aria che respiriamo, il clima e parte del cibo che mangiamo sono influenzati dal loro stato di salute e, in quanto cittadini del mondo, è nostra responsabilità prendercene cura.
Uno dei principali problemi che minacciano la salute sottomarina è l’aumento delle temperature dell’acqua che si verifica come conseguenza delle attività umane e dell’inquinamento, con drammatici effetti sulla biodiversità e sulla sopravvivenza di alcuni organismi, come coralli, pesci e alghe.
Anche alcuni filtri UV presenti nelle creme solari sono sotto la lente di ingrandimento: secondo alcune stime, ogni anno possono essere rilasciate migliaia di tonnellate di prodotti solari e alcuni studi ne hanno osservato effetti negativi su coralli e organismi acquatici.
Cerchiamo quindi di fare il punto, mantenendo fermo un concetto essenziale: utilizzare la protezione solare è un gesto imprescindibile per tutelare la nostra salute; nel farlo, utilizzare alcuni accorgimenti ci permette di preservare anche la salute dei mari.
I filtri solari
Le creme solari sono caratterizzate dalla presenza dei filtri UV, ingredienti con attività protettiva contro l’azione dannosa dei raggi del sole. In base al loro “meccanismo d’azione” possono essere divisi in due gruppi: i filtri organici (normalmente chiamati chimici), ovvero composti a base di carbonio in grado di assorbire i raggi UV e di dissiparli sotto forma di calore, e i filtri inorganici (normalmente chiamati fisici), ovvero polveri minerali che riflettono e disperdono i raggi UV.
Esempi dei primi sono l’avobenzone, l’ossibenzone, il Tinosorb o il UVinul, mentre l’ossido di zinco e il biossido di titanio fanno parte della seconda categoria. Generalmente un prodotto solare contiene diversi filtri poiché non tutte le molecole sono in grado di assorbire tutto lo spettro dei raggi UV: ad esempio, l’avobenzone protegge verso gli UVA, l’omosalato verso gli UVB, mentre l’ossido di zinco ha efficacia verso entrambe le lunghezze. Mediamente all’interno di un prodotto solare i filtri arrivano a costituire il 20-25% della formulazione.
Questi ingredienti sono costantemente monitorati dagli enti regolatori che ne garantiscono la sicurezza d’uso per il consumatore. In Europa il Regolamento Cosmetico Europeo (1223/2009) definisce per ciascun ingrediente le concentrazioni massime di utilizzo, le condizioni d’uso e, negli ultimi anni, per alcuni filtri UV anche la valutazione di impatto ambientale.
Il notevole impatto sull’ecosistema marino
Negli ultimi anni i filtri UV sono stati definiti “inquinanti emergenti”: le analisi ne hanno dimostrato la presenza persino in luoghi remoti del mondo e la loro dispersione in mare avviene soprattutto nei periodi di maggiore esposizione solare e frequentazione turistica sia per vie dirette (es. dilavamento durante attività in acqua, scarichi dalle imbarcazioni) che indirette (es. particolato durante applicazione del solare, scarichi domestici, acque reflue). Alcuni studi hanno osservato che, in determinate condizioni sperimentali, certi filtri UV (es. ossibenzone), possono avere effetti negativi su coralli e altri organismi marini, inducendo, ad esempio, il fenomeno dello sbiancamento dei coralli o altri eventi ai danni di questo delicato ecosistema (vedi box).
Corallo
Un ecosistema vulnerabile
Per anni la natura dei coralli è stata oggetto di dibattito nella comunità scientifica. Oggi invece è noto che sono organismi marini appartenenti al regno animale, composti da colonie di minuscoli invertebrati, chiamati polipi, che costituiscono i veri ingegneri del reef: secernono carbonato di calcio per costruire imponenti scheletri calcarei, che formano le barriere coralline.
In simbiosi con questi organismi vivono alcune alghe unicellulari (zooxantelle) che, in cambio di un habitat protetto, forniscono energia e ossigeno attraverso i metaboliti della fotosintesi e sono tra le responsabili dell’arcobaleno di colori dei coralli.
Oltre ad essere spettacoli meravigliosi, le barriere coralline ospitano circa il 25% della vita marina e sono fondamentali per un grandissimo numero di organismi (es. pesci, tartarughe marine, crostacei, molluschi, …). Le loro strutture, molto più efficienti rispetto al fondo marino piatto, forniscono una casa, un’area di alimentazione e di riproduzione per molti esseri viventi.
Questo equilibrio è minacciato da diversi stress ambientali: il principale è l’aumento della temperatura dei mari, legato al cambiamento climatico, ma anche l’inquinamento ambientale, la pesca intensiva, la pressione turistica e la presenza di alcuni filtri UV possono contribuire ad indebolire la salute di questo meraviglioso, quanto delicato, habitat.
Quando lo stress è intenso e/o prolungato si attivano meccanismi che portano all’espulsione delle zooxantelle da parte del polipo, lasciando intravedere lo scheletro calcareo bianco sottostante: da qui il termine “sbiancamento” (coral bleaching). Il corallo diventa quindi estremamente vulnerabile: se le condizioni migliorano, può recuperare; se invece lo stress persiste, può andare incontro a malattia e morte.
L’importanza di monitorare i loro effetti nell’ambiente aumenta se consideriamo che può riguardare anche alcune specie di pesci, molluschi e altri organismi acquatici. La ricerca sta valutando diversi effetti, quali interferenze endocrine con conseguenze sulla riproduzione e fenomeni di bioaccumulo. Inoltre, per la loro natura lipofila, i filtri UV possono formare una pellicola oleosa sulla superficie dell’acqua, limitando l’accesso della luce solare, con conseguente difficoltà della fotosintesi degli organismi sottostanti.
Questi dati vanno interpretati con prudenza, in quanto gli studi sono stati condotti fuori dall’ambiente naturale del reef (sono tanti i fattori da tenere in considerazione) e con concentrazioni spesso superiori a quelle normalmente attese in mare. Inoltre i filtri solari non sono l’unica né la principale minaccia per gli ecosistemi marini, ma possono rappresentare una fonte aggiuntiva di stress in ambienti già fragilizzati. A tale scopo, alcuni paesi hanno deciso di introdurre restrizioni su vendita, importazione e utilizzo di specifici ingredienti. Le Hawaii, ad esempio, nel 2021 hanno vietato la vendita e la distribuzione di solari contenenti ossibenzone e octinoxato, già vietati nel 2020 a Palau (Oceania) insieme a octocrilene e alcuni parabeni.
Tuttavia, anche filtri generalmente considerati sicuri non possono essere considerati completamente “a impatto zero”: alcune evidenze hanno dimostrato che la forma nanometrica di biossido di titanio e ossido di zinco (strategia formulativa per migliorare la resa cosmetica del solare e ridurre l’effetto bianco sulla pelle) può avere un impatto sull’ecosistema.
Alcune ditte cosmetiche hanno scelto di produrre linee di solari “reef safe” o “reef friendly”; questa definizione non è regolamentata e non rappresenta una certificazione ufficiale, ma può essere considerata solo come un’attenzione da parte dell’azienda al tema dell’impatto ambientale.
Cosa fare
Fermo restando che l’utilizzo dei solari è una sana abitudine, durante tutto l’anno e specialmente in estate (vedi articolo sul melanoma ), ecco alcune piccole strategie per tutelare non solo la nostra pelle ma anche questi delicati ecosistemi:
1. Leggere l’etichetta con consapevolezza: in aree marine protette o in paesi con regole specifiche, verificare la presenza di ingredienti soggetti a restrizioni o in formulazioni specifiche (es. formule nano).
2. Diffidare della sola dichiarazione “reef safe”: questa definizione non è regolamentata e non rappresenta una certificazione ufficiale.
3. Conoscere gli ingredienti: sostanze come siliconi, petrolati,parabeni, microplastiche e PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) contribuiscono all’inquinamento marino e alla persistenza ambientale.
4. Utilizzare i solari in modo corretto: applicare il prodotto prima dell’esposizione, lasciarlo aderire alla pelle e riapplicarlo ogni due ore (soprattutto dopo bagno, sudorazione o asciugatura). Le for-
mule resistenti all’acqua possono ridurre la perdita di prodotto durante il bagno, ma non eliminano la necessità di riapplicazione. Meglio evitare gli spray in presenza di vento o vicino all’acqua, in modo da limitarne la dispersione nell’ambiente e il rischio di inalazione.
5. Adottare abitudini quotidiane e consumi sostenibili: come ridurre l’uso eccessivo di plastica, evitare prodotti monouso, non lasciare rifiuti in spiaggia, partecipare, quando possibile, a campagne di pulizia delle spiagge, consultare guide specifiche per un consumo ittico responsabile.
6. Promuovere il cambiamento: parlare dell’importanza di queste abitudini in famiglia, con amici e con i più piccoli aiuta a trasformare un gesto individuale in un cambiamento collettivo.